Il testo seguente, scritto dalla Dottoressa Valeria
Zavan, illustra il fenomeno della codipendenza dal punto di vista clinico.
A tal proposito è opportuno ricordare che
Co-Dipendenti Anonimi, come stabilito dall'Ottava Tradizione, è
un'Associazione non professionale. Non offre definizioni, nè criteri di diagnosi
sulla codipendenza, lasciando rispettosamente questo compito a professionisti,
psichiatri e psicologi. Ciò che noi offriamo, della nostra esperienza personale,
sono le attitudini ed i comportamenti che descrivono come sono state vissute le
nostre storie di codipendenza.
Ci sembra, tuttavia, corretto che, all'interno del
nostro sito web (per definizione aperto a tutti, codipendenti e non) i
professionisti possano trovare un testo che esprima in termini per loro adeguati
il fenomeno, cosa che, proprio per i motivi di cui sopra, non succede
all'interno dei gruppi CoDA. In quest'ottica si suggerisce ai membri CoDA
di NON usare questo testo per il proprio lavoro di recupero.
Cogliamo l'occasione per ringraziare per il suo
contributo la Dottoressa Zavan.
LA CODIPENDENZA DAL
PUNTO DI VISTA DEL PROFESSIONISTA
Come nasce il termine “codipendenza”
Storicamente la codipendenza ha radici risalenti alla prima
metà del secolo corrente ed il termine entra nel mondo della “scienza”
istituzionale americana all’inizio degli anni ’80 dal campo delle dipendenze da
sostanze, in seguito alla sistematica osservazione e riconoscimento da parte dei
clinici di “anomalie” comportamentali in familiari (e più generalmente in
famiglie) di alcolisti.
Derivato dal concetto di co-alcolismo, coniato con
riferimento ai gruppi Dodici Passi, il concetto di codipendenza ha avuto ampia
fortuna e diffusione negli anni ’80 e ’90 tra gli operatori dedicati al
trattamento dell’alcolismo prima e delle dipendenze in generale poi, per
designare in un unico vocabolo l'insieme delle caratteristiche comuni a partner
e familiari di persone dedite a comportamenti d’abuso, sia rispetto alle
sostanze che alle relazioni.
Uno sviluppo parallelo, se non precedente, si è
avuto in campo psico-terapeutico, soprattutto con riferimento alla teoria
sistemica e con lo sviluppo delle terapie di gruppo, in particolare dei gruppi
che mutuavano interamente od in parte la filosofia e gli strumenti propri dei
familiari di Alcolisti Anonimi, anticipati nel campo dell’auto-aiuto dalla
nascita nel ’75 degli ACoA (Adult Children of Alcoholics) e circa 10 anni dopo
dei CoDA (Co-Dipendents Anonymous).
Altri apporti ed influenze sono arrivate
da più recenti teorizzazioni in campo psicologico, ed infine da correnti di
pensiero ascrivibili al campo sociologico, come quello femminista, orientato ad
osservare e descrivere cambiamenti connessi al ruolo di genere.
Si comprende
quindi come, data la disomogeneità dei contributi, vi possano essere in ambito
scientifico difficoltà di interpretazione nel descrivere la codipendenza.
Così come per altri “fenomeni” risalta il contrasto tra una diffusa ed
affermata "cultura popolare" della codipendenza, comprovata da spazi e sezioni
dedicati all'argomento in molte librerie degli Stati Uniti (basti ricordare, uno
per tutti, l’enorme successo del best-seller della Norwood “Donne che amano
troppo”), il proliferare di gruppi di trattamento specifici che operano su
programmi simili ai "Twelve-Step Programs", derivati da quelli dei familiari
degli Alcolisti Anonimi (AlAnon) ed il relativo ritardo della comparsa della
codipendenza tra gli argomenti di interesse del mondo scientifico.
Cos’è per il professionista la “codipendenza”
Purtroppo tale costrutto non ha mai trovato un consenso
generale nella letteratura scientifica nemmeno nella definizione.
Le
difficoltà consistono nel delineare con precisione le caratteristiche e la
dignità di autonomia della codipendenza come quadro a sé stante non
riconducibile a concetti già descritti, ma soprattutto nella scarsità di “prove”
univoche intese come dimostrazioni condotte in studi multipli che applichino le
metodologie della ricerca classica.
Come per altri fenomeni “giovani” anche
per la codipendenza si può dire che tutti gli operatori “sanno cos’è”
nella pratica clinica (anche quando non ne hanno mai sentito parlare), ma
nessuno l’ha ancora dimostrata. Ed infatti manca a tutt’oggi una consensuale
chiarezza in merito alla sua stessa definizione ed alle possibili dinamiche
sottese; l’attivo dibattito avviatosi negli ultimi anni ha portato per altro
alla produzione di varie teorizzazioni, nessuna delle quali è però risultata
pienamente soddisfacente e condivisa.
Esse spaziano da affermazioni quasi
umanistiche (Whitfield, la codipendenza come "endemia nella comune umanità") a
tentativi classificativo-operativi (Cermak, la codipendenza come "disturbo di
personalità con diritto di autonomia").
Molti autori si sono cimentati nel
dare definizioni di codipendenza conformi alla loro provenienza formativa che
potremmo per comodità raggruppare in quelle centrate sull’individuo, sulla
famiglia e sulle sue dinamiche, o centrate sulla relazione.
Essi vedono via
via la codipendenza come tratto o disturbo di personalità specifico, come
disturbo autonomo differente da altri disturbi mentali, come addiction
o compulsione, come comportamento disfunzionale, come effetto di un
condizionamento ambientale, oscillando quindi tra concetto di malattia o di
comportamento appreso. Qualcuno la nomina codipendenza, qualcun altro dipendenza
affettiva o dipendenza relazionale.
Una definizione riassuntiva sicuramente
insoddisfacente, ma si spera comprensibile potrebbe essere “un insieme di
comportamenti tipici, caratteristici di partner/familiari di soggetti affetti da
dipendenze, da altri disturbi psichiatrici, disturbi compulsivi o di
personalità” che si estrinsecano attraverso tematiche prevalenti centrate sul
controllo del familiare o in termini più ampi, indipendenti dalla presenza o
meno di un partner/familiare malato, come "un modello di dolorosa dipendenza da
comportamenti compulsivi e dall'approvazione altrui allo scopo di trovare
sicurezza, autostima ed identità” (1989 - U.S.A. prima Conferenza
Nazionale sulla Codipendenza).
Quando un professionista riconosce la “codipendenza”
Il professionista si trova davanti alla codipendenza quando si
presenta come causa di sofferenza. Difficilmente riconosciuta in quanto tale
dalla persona che ne soffre, la codipendenza viene portata in veste di sintomo o
come grande disagio psicologico.
Il pattern codipendente inteso come
pattern comportamentale è caratterizzato da centratura sul coniuge/partner, sul
familiare malato e sulla relazione in modo ossessivo e destruente per la persona
che ne soffre. La polarizzazione del pensiero sulla relazione si manifesta sino
allo sviluppo di vero e proprio disagio psichico più o meno sintomatico causato
dalla totale messa da parte di sé. Viene reso attraverso modalità di relazione
che ha agli estremi l’esercizio del controllo, l’iper-protezione e
l’iper-coinvolgimento e dall’altra aspetti di negazione e rifiuto.
La
sintomaticità si esprime generalmente in termini di ansia, depressione,
somatizzazione, ma anche di ideazione paranoide o di alterazione delle abitudini
alimentari. La gravità può andare dalla semplice percezione di un grave disagio
relazionale, allo sviluppo di vere e proprie patologie psichiche degne di
trattamento specifico.
Spesso tali manifestazioni sono espressioni di “stress
relazionale cronico”, effetto parafisiologico dovuto al persistere in una
relazione di una condizione di “incapacità” di uno degli elementi (ad es.
nell’insorgere e persistere di uno stato di malattia cronica) che costringe il
soggetto considerato “sano” ad un riadattamento in termini di tempo, di spesa
economica, di restringimento dell’investimento socio-relazionale, e soprattutto
di investimento di energia mentale con una generale maggior presa di
responsabilità da parte di questo, sino a dimenticarsi di sé.
Altre volte
tale tendenza sembra essere una franca disposizione personale, con una
particolare tensione a ripercorrere relazioni caratterizzate da incapacità o
prevaricazione emotiva dell’altro e sull’altro. Comune ad entrambe
nell’annullamento di sé è il senso di colpa percepito, di frustrazione e di
perdita, connesso ad una continua ricerca di auto-conferma attraverso gli esiti
delle proprie azioni e comportamenti sulle azioni e comportamenti altrui.
La
relazione risulta sbilanciata sino ad impedire al codipendente di percepire i
propri sentimenti ed i propri desideri e l’unico desiderio sembra essere di
continuare ad evitare il dolore causato dal ritornare ad avere un contatto con
sé stessi o dalla percezione della incapacità di cambiare.
La cura della codipendenza per un professionista
E’ prima di tutto la cura dei sintomi. Una persona che esprime
la propria sofferenza attraverso una malattia codificabile ha prima di tutto la
necessità di esserne alleviata. Depressione, ansia, ideazione suicidaria,
disturbi alimentari e quanto altro, anche quando siano espressioni di
codipendenza, hanno prima di tutto la necessità di essere trattate di per
sé.
Il passo successivo consiste nella ripresa lenta e faticosa del contatto
con se stessi, e con il desiderio di cambiare. Il cambiamento può avvenire nel
tempo, seppure di norma con ritorni periodici a comportamenti codipendenti, e
con varie modalità.
Dalla frequenza dei gruppi Dodici Passi di Codipendenti
Anonimi, alle terapie di gruppo, alla psicoterapia. Ogni codipendente ha una
propria personale, variegata, multipla, strada per il recupero.
Lo scopo è
riprendere contatto con sé stessi, la propria intimità, i propri desideri sani e
costruttivi. Lo scopo è di avere una vita soddisfacente, che consideri il
pensiero dell’altro come complementare e rispettoso senza esserne da questo
travolto e “risucchiato”.
La cosa importante per un professionista è
riconoscere la codipendenza per quello che è, al di là delle definizioni e delle
scuole di pensiero, ed aiutare i codipendenti a trovare la strada per affrontare
lo specifico problema, senza cadere nei tranelli tesi dalle multiple espressioni
sintomatologiche e comportamentali con cui la codipendenza stessa si
mostra.
Dottoressa Valeria Zavan

| |
|